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Ecco la smoking gun: la collusione Trump-Russia una bufala cucinata dalla Clinton con la complicità di Obama

Di Federico Punzi,  Atlanticoquotidiano.it

Ecco come è nato il Russiagate, declassificate le note di Brennan e della CIA: l’amministrazione Obama in combutta con la Campagna Clinton nel fabbricare e diffondere la narrazione della collusione Trump-Russia. L’indagine Crossfire Hurricane innescata e coordinata da Brennan, con una vera e propria task force (“fusion cell”) tra le agenzie di intelligence, dalla CIA all’FBI, per accreditare l’accusa fake della Clinton alla Campagna Trump

Vi avevamo parlato una settimana fa, su Atlantico Quotidiano, della lettera nella quale il direttore della National Intelligence, John Ratcliffe, aveva anticipato al presidente della Commissione Giustizia del Senato, Lindsey Graham, i contenuti di alcuni documenti della CIA che sarebbero stati di lì a poco declassificati. Ebbene, martedì sera questi documenti sono stati finalmente declassificati e trasmessi al Congresso e non hanno deluso le aspettative. Sebbene con numerosi omissis, rivelano infatti dettagli decisivi, e sconcertanti, sugli albori del caso Russiagate, la presunta collusione tra la Campagna Trump e la Russia per condizionare le presidenziali del 2016. L’accusa che il presidente avesse “rubato” l’elezione con l’aiuto dei russi ha provocato una crisi istituzionale lacerante a Washington, di cui ancora sono visibili le cicatrici, un’incessante opera di delegittimazione che ha indebolito l’azione della nuova amministrazione ed è quasi arrivata all’impeachment. Risultato: democrazia americana nel caos per quattro anni e sfiducia nelle e tra le istituzioni Usa.

A godersi lo spettacolo, Vladimir Putin, che come vedremo sapeva bene quello che stava accadendo e che oggi rilascia a Bloomberg una dichiarazione beffarda, dicendo di vedere le basi per una cooperazione con un’amministrazione Biden, perché “i valori dei Democratici sono simili a quelli del Partito Comunista Sovietico”, di cui ricorda di essere stato membro per 18 anni.

Ma torniamo alla collusione Trump-Russia. Era una montatura, come provano questi documenti. Soprattutto, i vertici dell’intelligence e la Casa Bianca ne erano al corrente, ma nonostante ciò hanno continuato con l’indagine, e la sorveglianza, su Trump non solo durante la campagna elettorale, ma anche durante la transizione e persino dopo l’insediamento della nuova amministrazione, con l’inchiesta del procuratore speciale Mueller, che a questo punto, possiamo affermarlo con ragionevole certezza, aveva lo scopo di depistare e nascondere le impronte. Era partita come una polpetta avvelenata da campagna elettorale, ma con il contributo decisivo dei vertici della CIA e dell’FBI, e la benedizione della Casa Bianca di Obama, si è trasformata in un vero e proprio tentativo di colpo di stato.

Il succo dei documenti appena declassificati è quello che vi avevamo servito una settimana fa, con una variazione scottante a cui arriverete se avrete la pazienza di seguirci: nell’estate del 2016, quindi in piena campagna per le presidenziali, l’intelligence Usa ai suoi massimi livelli sembrava così preoccupata che i russi fossero a conoscenza di un piano della Campagna Clinton per screditare Donald Trump fabbricando la storia della collusione con la Russia, e che potessero quindi usarlo per fare disinformazione, che il capo della CIA di allora, John Brennan, informò personalmente il presidente Obama nello Studio Ovale. E più tardi, il 7 settembre, circa un mese dopo l’apertura dell’indagine di controintelligence sulla Campagna Trump, la CIA inviò una comunicazione ufficiale ai vertici dell’FBI contenente la stessa informazione sul piano anti-Trump della Clinton.

Le note manoscritte di Brennan, praticamente un mini-verbale dell’incontro tenuto alla Casa Bianca con il presidente i suoi massimi consiglieri di sicurezza nazionale, mostrano che la comunità di intelligence Usa, nell’estate del 2016, sapeva che l’intelligence russa era al corrente del piano, personalmente approvato da Hillary Clinton il 26 luglio, per screditare il candidato avversario collegandolo all’hackeraggio dei server del Comitato nazionale democratico (DNC) da parte dei russi e così distrarre il pubblico dal caso Emailgate che ancora la assillava.

“We’re getting additional insight into Russian activites from [omissis]. Cite alleged approval by Hillary Clinton–on 26 July–of a proposal from one of her foreign policy advisers to villify Donald Trump by stirring up a scandal claiming interference by the Russian security services”.

Ad un certo punto dell’incontro, come risulta dalle note di Brennan, Obama avrebbe chiesto se vi fossero prove di collaborazione tra la Campagna Trump e la Russia, ma le risposte eventualmente riportate nelle note sono oscurate. Oscurate anche le annotazioni degli interventi di altri presenti alla riunione: “JC” (James Comey), “Denis” (Denis McDonough, il capo dello staff di Obama) e “Susan” (il consigliere per la sicurezza nazionale Susan Rice).

Dunque, Brennan e le agenzie di intelligence Usa sapevano fin dall’inizio, da mesi prima delle elezioni, che il Russiagate, la presunta collusione Trump-Russia, poteva essere una bufala fabbricata dalla Campagna Clinton per danneggiare il suo avversario. Oggi sappiamo che effettivamente lo era. Veicolo principale della montatura fu infatti il dossier Steele, che l’FBI sapeva dall’inizio essere stato commissionato e pagato dalla Campagna Clinton e dal Comitato democratico. Proprio nel mese di luglio il dossier veniva compilato e portato all’attenzione dell’FBI, che a partire da ottobre lo avrebbe utilizzato come elemento “essenziale” nelle sue richieste di autorizzazione a sorvegliare Carter Page, membro della Campagna Trump.

E per di più, oltre a sapere che i russi sapevano del piano della Clinton, Brennan e le agenzie di intelligence Usa potevano sospettare già allora che molte delle affermazioni chiave contenute nel dossier Steele, su cui si reggeva tutta la narrazione della collusione, fossero il frutto di una deliberata disinformatja russa. La fonte principale del dossier Steele era infatti una sospetta spia russa, di nome Igor Danchenko, ex ricercatore della Brookings Institution, think tank vicino ai Democratici. Il mese scorso, l’Attorney General William Barr ha informato il Congresso che l’FBI aveva aperto un’indagine per determinare se Danchenko fosse una spia russa e lo riteneva una “potenziale minaccia alla sicurezza nazionale”.

Ora, i Democratici obiettano che le informazioni che emergono dalle note di Brennan e della CIA declassificate sono esse stesse il prodotto della disinformazione russa, ma secondo fonti di intelligence citate da Fox News la CIA resta convinta che l’intelligence russa credesse sinceramente, già nell’estate del 2016, che la Campagna Clinton avesse lanciato la sua operazione diffamatoria contro Trump per distrarre l’opinione pubblica dall’Emailgate (il caso del server privato di posta elettronica usato dall’ex segretario di Stato). Il direttore della National Intelligence Ratcliffe, in una dichiarazione della scorsa settimana, ha respinto il sospetto: “Per essere chiari, questa non è disinformazione russa e non è stata valutata come tale dalla Intelligence Community”.

E resta il fatto che Brennan abbia ritenuto a tal punto affidabile l’informazione da voler aggiornare personalmente il presidente Obama e i suoi massimi consiglieri. Un mese dopo, la CIA continuava a ritenerla affidabile, tanto da sottoporla all’attenzione dell’FBI (vedremo più avanti a quale scopo) in una comunicazione ufficiale del 7 settembre 2016.

Si tratta del secondo documento declassificato martedì, in cui la CIA informava il direttore dell’FBI James Comey e il vicedirettore del controspionaggio Peter Strzok in merito “all’approvazione da parte del candidato alla presidenza degli Stati Uniti Hillary Clinton di un piano riguardante il candidato alla presidenza Donald Trump e hacker russi che interferivano nelle elezioni Usa, come mezzo per distrarre il pubblico dal suo uso di un server di posta privato”.

Ma invece di agire, come fecero nei confronti della Campagna Trump, lanciando una invasiva e formale indagine di controintelligence, Comey e Strzok ignorarono la segnalazione della CIA e non avviarono alcuna indagine. Perché? Quella segnalazione doveva suonare quanto meno come un campanello d’allarme. Non risulta invece che l’FBI abbia mai intrapreso alcuna azione per accertarsi che, conoscendo il piano anti-Trump della Clinton, agenti russi non avessero infiltrato quell’operazione. In pratica, l’FBI decise di non verificare se i russi stavano usando la Campagna Clinton per interferire nelle elezioni presidenziali del 2016, la stessa ipotesi per la quale fu deciso, invece, di indagare e sorvegliare la Campagna Trump.

Ma qui occorre fare una precisazione. Diversamente da quanto affermato da Ratcliffe nella lettera di una settimana fa, quello della CIA all’FBI non è un “referral investigativo”, ovvero una segnalazione che si ritiene giustifichi o richieda l’apertura di un’indagine penale. Ora che è declassificato possiamo osservare che si tratta di un documento di altra natura: è una comunicazione della CIA all’FBI che fornisce informazioni precedentemente richieste da quest’ultima. Insomma, la CIA stava informando l’FBI, non chiedendole di aprire un’indagine sulla Clinton in merito al suo piano anti-Trump.

Per questo, forse, durante l’audizione della scorsa settimana in Commissione Giustizia del Senato, l’ex direttore Comey ha potuto affermare di non ricordare affatto un referral investigativo della CIA. “Questa cosa non mi suona affatto”, ha risposto Comey sotto giuramento al presidente Graham. “Non ricorda questa richiesta che ho appena letto del settembre 2016?”. “No, come ho detto no, non mi suona familiare”, ha ribadito Comey. Non era una richiesta di indagine, infatti…

Tornando al documento, si legge: “Per FBI verbal request, CIA provides the below examples of information the Crossfire Hurricane fusion cell has gleaned to date”. Su richiesta dell’FBI, quindi, la CIA fornisce le sottostanti “informazioni che la Crossfire Hurricane fusion cell ha raccolto fino ad oggi”.

Questo passaggio è molto significativo. Crossfire Hurricane è il nome in codice dell’indagine dell’FBI sulla Campagna Trump aperta formalmente il 31 luglio 2016, ovvero negli stessi giorni in cui la Clinton avrebbe approvato il piano per screditare Trump collegandolo all’hackeraggio dei server del DNC da parte dei russi. Ma quel riferimento, nella comunicazione della CIA, alle “informazioni che la Crossfire Hurricane fusion cell ha raccolto fino ad oggi” suggerisce che non si trattò di una indagine solo dell’FBI e che furono coinvolte anche risorse e capacità di intelligence della CIA.

Come sostiene Andrew McCarthy in “Ball of Collusion”, l’indagine “si basava su diversi filoni di intelligence, in gran parte provenienti da agenzie di intelligence straniere, di cui la CIA era entrata in possesso. Nelle prime fasi, Brennan fu il principale driver; il ruolo dell’FBI divenne più significativo nelle fasi successive (in particolare nel richiedere i mandati FISA)”.

Secondo le sue stesse testimonianze al Congresso e dichiarazioni pubbliche, Brennan giocò il ruolo di una “camera di compensazione”. Prendeva informazioni da servizi stranieri, ci metteva sopra il suo spin, e le confezionava per l’FBI. Come ha spiegato egli stesso al Congresso:

“Ero a conoscenza dell’intelligence e delle informazioni sui contatti tra funzionari russi e persone statunitensi che sollevavano preoccupazioni nella mia mente sul fatto che quegli individui stessero cooperando o meno con i russi, in modo consapevole o inconsapevole, e serviva come base per l’indagine dell’FBI per determinare se tale collusione-cooperazione si sia verificata”.

Tra i veicoli tramite i quali Brennan passava le informazioni all’FBI, c’era “una task force inter-agenzia, composta sul lato interno dall’FBI, dal Dipartimento di Giustizia e dal Dipartimento del Tesoro, e dal lato dell’intelligence estera dalla CIA, dalla NSA, e dal direttore della National Intelligence James Clapper”, con la Casa Bianca di Obama ovviamente tenuta al corrente. Brennan era il catalizzatore, mentre la principale controparte dell’FBI in questo raccordo era l’agente Strzok.

Quindi, il riferimento alla “Crossfire Hurricane fusion cell” nel memo della CIA è proprio a questa task force tra agenzie, attraverso la quale la CIA forniva all’FBI le informazioni raccolte dalle operazioni di intelligence estera. Se ne deduce che l’amministrazione Obama ha mobilitato la CIA, il servizio segreto estero, contro la campagna del candidato alla presidenza del partito avversario…

Dunque, il documento declassificato non è, come annunciava Ratcliffe nella sua lettera, una richiesta all’FBI di aprire un’indagine sulla Campagna Clinton in merito al suo piano anti-Trump, il che scaricherebbe sul Bureau la colpa di non averla aperta. Al contrario, è una comunicazione ufficiale di informazioni raccolte nell’ambito di un’operazione congiunta in corso nell’amministrazione Obama per cercare di accreditare esattamente ciò che la Clinton voleva: una collusione Trump-Russia. Insomma, gli ultimi documenti declassificati da Ratcliffe mostrano come l’amministrazione Obama, attivando le agenzie di intelligence, dalla CIA all’FBI, fosse in combutta con la Campagna Clinton nel fabbricare e diffondere la narrazione della collusione Trump-Russia.

Per completare il quadro, un po’ di cronologia. A fine luglio 2016, proprio quando la CIA apprende che l’intelligence russa è a conoscenza del piano della Campagna Clinton per accusare falsamente Trump di essere colluso con la Russia nell’hackeraggio dei server del DNC, l’FBI apre formalmente l’indagine Crossfire Hurricane, basandosi esattamente su questa ipotesi (ma inizialmente, come vedremo, non sul dossier Steele che la Campagna Clinton aveva nel frattempo prodotto).

Il 22 luglio, Wikileaks pubblica la prima tranche delle email trafugate dai server del DNC. A metà giugno il DNC aveva già denunciato l’hackeraggio accusando hacker russi.

Il 25 luglio, uno dei principali consiglieri della Clinton, Jake Sullivan, parla pubblicamente di possibili legami fra Trump e la Russia.

Il 26 luglio è il giorno in cui, secondo l’intelligence russa citata nei documenti CIA declassificati, Hillary Clinton approva personalmente il piano anti-Trump, proposto da uno dei suoi consiglieri di politica estera. Ma è anche il giorno in cui accetta ufficialmente la nomination democratica alla Casa Bianca.

Il 27 luglio, nel pieno delle polemiche sulle email hackerate al DNC e pubblicate da Wikileaks, una delle uscite provocatorie di Trump: “Russia, se stai ascoltando, spero che riusciate a trovare le 30 mila email mancanti” (le email transitate sul server privato della Clinton e mai ritrovate dall’FBI).

Un passo indietro: circa tre settimane prima, il 5 luglio, con l’approvazione della funzionaria del Dipartimento di Stato per gli affari europei ed euroasiatici, Victoria Nuland, l’agente Michael Gaeta, attaché legale dell’FBI all’ambasciata di Roma, vola a Londra per incontrare nel suo ufficio Christopher Steele, che gli mostra le prime pagine del suo dossier. “Abbiamo spiegato (all’FBI, ndr) che Glenn Simpson/Fusion GPS era il nostro committente, ma il cliente finale era la leadership della campagna presidenziale Clinton, e che abbiamo capito che la candidata stessa era a conoscenza almeno del rapporto, se non di noi”, si legge nelle note di Steele su quell’incontro, acquisite da una corte britannica. Anche il funzionario del Dipartimento di Giustizia Bruce Ohr ha testimoniato di aver avvertito, nell’estate 2016, i vertici di FBI e DOJ che il dossier Steele non era verificato ed era collegato alla Clinton.

Arriviamo quindi al 31 luglio 2016, il giorno in cui l’FBI apre formalmente la sua indagine di controintelligence sulla Campagna Trump, denominata Crossfire Hurricane. Ma stranamente non sulla base del dossier Steele, che l’FBI aveva cominciato a visionare all’inizio di luglio, ma che sapeva essere un prodotto della Campagna Clinton. Guarda caso, la “notizia” sulla base della quale l’indagine fu aperta, come confermato dalla “Comunicazione Elettronica” (EC) di apertura dell’indagine, declassificata il 20 maggio scorso, era arrivata all’attache legale dell’FBI a Londra, tramite la vice capo missione dell’ambasciata, proprio il 27 luglio (il giorno dopo l’ok della Clinton al piano anti-Trump…). E da chi era arrivata quella segnalazione? Da un “governo straniero amico”, nella persona del diplomatico australiano Alexander Downer, molto vicino alla famiglia Clinton, che riferiva con un paio di mesi di ritardo una conversazione, avvenuta in un bar di Londra, con George Papadopoulos, allora consulente della Campagna Trump.

Sebbene nella conversazione non fossero menzionate email di alcun genere, Downer e gli agenti dell’FBI che aprirono l’indagine sulla base della sua segnalazione collegarono le informazioni “dannose” per la Clinton, di cui sarebbero stati in possesso i russi secondo Papadopoulos, alle email hackerate al DNC. Papadopoulos aveva a sua volta appreso di quel materiale “dirt” sulla Clinton in mano ai russi, ben prima che si sapesse dell’hackeraggio ai danni del DNC, dal misterioso professore maltese Joseph Mifsud – anch’egli ben inserito in ambienti clintoniani, e a stretto contatto con figure dei servizi di sicurezza americani, britannici ed italiani – che aveva incontrato per la prima volta a Roma, alla Link Campus University. Ma nella segnalazione di Downer all’ambasciata Usa di Londra non si parla di email, né risulta che Papadopoulos avesse accennato ad alcuna email nella conversazione con il diplomatico australiano.

Insomma, quando a fine luglio Downer riferisce della sua conversazione con Papadopoulos, l’amministrazione Obama era già al lavoro da almeno un mese, da quando cioè l’FBI ha cominciato a ricevere i primi report del dossier Steele, sulla teoria che la Russia stava aiutando Trump, con la quale l’hackeraggio dei server del DNC veniva fatto calzare a pennello. Piccolo problema: l’FBI non poteva o non voleva ancora usare il dossier, di cui conosceva l’origine partigiana. Ed ecco allora spuntare la segnalazione di Downer…

A fine agosto, ricorda McCarthy nel suo libro, poco prima che la CIA inviasse il promemoria del 7 settembre all’FBI, Brennan informò uno stretto alleato della Clinton, l’allora leader dei Democratici al Senato Harry Reid, riguardo le interferenze russe nelle elezioni. Reid scrisse subito una lettera a Comey, lamentando che l’FBI sembrava ignorare “le prove di un collegamento diretto tra il governo russo e la campagna presidenziale di Donald Trump”. E nella lettera citava un rapporto secondo cui il consigliere della Campagna Trump Carter Page aveva incontrato a Mosca membri di alto rango del regime di Putin – un’informazione che oggi sappiamo essere falsa, e proveniente dal dossier Steele.

Ma nella sua indagine, a quanto pare, l’FBI si ostinava a non usarlo… Il 7 settembre 2016, l’FBI riceve la comunicazione ufficiale della CIA, nella quale il vero messaggio che si vuole far arrivare non è di indagare sul piano anti-Trump della Clinton, ma che è la Clinton (che ci si aspettava diventasse il prossimo presidente) a desiderare che la Campagna Trump sia accusata di aver cospirato con gli hacker russi per influenzare le elezioni.

Ma poiché l’FBI non ha prove concrete, deve alla fine fare affidamento sul dossier Steele, un prodotto della stessa Campagna Clinton. E infatti, è proprio nelle settimane successive che l’FBI si dà una mossa e arriva al dunque. Il 3 ottobre, l’agente Gaeta fa venire Steele a Roma per farlo incontrare, in un luogo definito come “discreto”, con tre agenti del team che indaga sulla Campagna Trump, arrivati direttamente da Washington.

Pochi giorni dopo, l’FBI comincia a preparare la prima richiesta alla Corte FISA di un mandato di sorveglianza nei confronti di Carter Page, che verrà basata essenzialmente sul dossier Steele.

Quindi no, la CIA (Brennan) non voleva che l’FBI indagasse sul piano anti-Trump della Campagna Clinton. La CIA, con la Casa Bianca al corrente, voleva che l’FBI si muovesse in modo più spedito per accreditare la narrazione della collusione Trump-Russia con la quale la Clinton intendeva danneggiare il suo avversario.

Di Federico Punzi,  Atlanticoquotidiano.it

Tratto da: comedonchisciotte

Nicola Zegrini nasce a Roma nel 1970. Dopo gli studi classici si laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Appassionato di ogni forma d'arte, suona vari strumenti e compone sin da giovane poesie e canzoni. Avido lettore, si interessa ad argomenti esoterici e nel 2011 pubblica "Lo specchio del pensiero", il suo primo romanzo. Apre anche un blog di attualità, crescita personale e benessere e sia libro che sito riscuotono un discreto successo. Attualmente lavora come responsabile in un albergo nel centro di Roma.

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