Opinioni

I segnali di un Regime: quell’inconfondibile aroma di paranoia, di controllo, di repressione e di delazioni…

La fiducia nella portata delazionista dei cittadini viene dal neocomunista Speranza e nessuno nel suo schieramento lo contesta minimamente: “Ci aspettiamo un contributo dai vicini di casa”. Affermazione agghiacciante sulla quale nessuno ha eccepito, neppure le opposizioni. C’è una voglia di schiacciamento, di oppressione, che è inconfondibile e quello che spaventa è che non trovi argine da nessuna parte

Adesso nessuno più si azzarda a contestare che siamo al regime. Tanto meno quelli che per il regime tifavano fin dall’inizio e adesso dicono: è per il nostro bene. Lo dicono perché è del loro colore preferito, il rosso antico. Un inconfondibile aroma di paranoia, di controllo, di repressione, di delazioni come piacciono al ministro sanitario Speranza, che vuole entrare nelle case degli italiani: “Ci aspettiamo un contributo dai vicini di casa”. Affermazione agghiacciante sulla quale nessuno ha eccepito, neppure le opposizioni.

Ci sono segnali precisi di una dittatura, il primo è la follia spacciata per ragione. Alle tirannidi non piacciono le emozioni, partono da quelle, si comincia sempre estirpando quelle: un virologo vuole proibire il canto degli alunni in classe, ma non solo i ragazzini, qui ormai nessuno canta più. Cantare vuol dire stare insieme, comunicare, trasmettersi speranza, non il ministro, ed è una delle prime manifestazioni che un regime criminalizza. L’altra ha a che vedere con la sfera sessuale, per definizione privatissima e anche qui non manca il virologo voyeur che proibisce “rapporti oltre i 15 minuti”, non mancano le prescrizioni del governo su come comportarsi e indossare la maschera nel momento supremo.

Sono, con tutta evidenza, esperimenti sociali volti a testare la capacità di sottomissione di un popolo. E vanno tutti a buon fine. Come in ogni dittatura, ormai non più morbida, non mancano gli zelanti, i coglioni a strafare: una su Twitter invita ad adottare “l’amministratore di condominio di Stato” col compito di origliare, di ascoltare dietro le porte e spedire la polizia; un altro pretende “sganassoni in luogo di multe” per rieducare i dissidenti “anche quelli che non coprono il naso”; un altro ancora vuole addirittura gli idranti “e nessuna parola sui giornali, la democrazia con la feccia è inutile”. Tutta gente, non serve dirlo, di sinistra e qui va demolita una volta per tutte una impostura che dura da settant’anni: c’è, nessuno lo discute, una destra ancora nostalgica, la destra socialfascista della legge e ordine da applicare in senso autoritario; ma c’è, allo stesso modo, una sinistra che la pensa allo stesso modo e non è vero il mantra che comunemente si ripete, “questa non è vera sinistra”: al contrario, la sinistra pura, incontaminata è per l’appunto questa in fregola di sovietismo, di blocco dell’est, di laogai, del guevarismo che diceva “accoppateli ma con sentimento”, del maoismo di risacca.

La fiducia nella portata delazionista dei cittadini viene dal neocomunista Speranza e nessuno nel suo schieramento lo contesta minimamente. C’è una voglia di schiacciamento, di oppressione, che è inconfondibile e quello che spaventa è che non trovi argine da nessuna parte. Se non nei quattro gatti che continuano a segnalarla, meritandosi un impossibile vivere di attacchi, di infamie.

Questo è un Paese che non canta più perché non c’è più niente da cantare: le aziende, i negozi muoiono insieme a chi li gestiva, le maglie del controllo si stringono di ora in ora, le conseguenze non le calcola quasi nessuno, la rassegnazione sembra avere preso il sopravvento. “Che possiamo fare?”, si sente dire il cronista e non sa rispondere, non trova una soluzione. Certo, si può insistere, denunciare la pazzia, individuare i segnali sempre più angoscianti, le contraddizioni e le menzogne di stato, ma alla lunga diventa gioco sterile, autocompiacimento. Già adesso in giro si vedono solo zombie dietro le mascherine azzurre, la testa china, il passo pesante o sospettoso e uno pensa: ma siamo ancora a marzo? No, siamo oltre, siamo all’isolamento non dichiarato, perché non serve dichiararlo, siamo alla dittatura acquisita e tutto sommato accettata.

Siamo al bando del canto, della musica, come in quel disco distopico di Frank Zappa, “Joe’s Garage”, del 1979: anche lì si narrava di un regime che, per prima cosa, proibiva le canzoni. E sale, sempre più rabbiosa, una voglia di violenza, di punizione corporale per chi non si adegua: botte e, chissà, stupri anche “per chi non si copre il naso”, lo stato che proibisce le feste, che criminalizza la famiglia, che decide il cerimoniale dei matrimoni e degli amplessi, che manda i vicini di casa a spiare, a denunciare. Terribile, ma questo Paese pare avere smarrito ogni capacità di reazione. Siamo prostrati, arresi. Consegnati al peggior offerente. Che l’America ci aiuti, come sempre, che Trump ci aiuti visto che l’Unione europea non ne ha la minima intenzione, vuole scaricarci come una provincia del Celeste Impero e il nostro Mattarella, si direbbe, non ci trova niente di scandaloso.

Fonte: atlanticoquotidiano

Nicola Zegrini nasce a Roma nel 1970. Dopo gli studi classici si laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Appassionato di ogni forma d'arte, suona vari strumenti e compone sin da giovane poesie e canzoni. Avido lettore, si interessa ad argomenti esoterici e nel 2011 pubblica "Lo specchio del pensiero", il suo primo romanzo. Apre anche un blog di attualità, crescita personale e benessere e sia libro che sito riscuotono un discreto successo. Attualmente lavora come responsabile in un albergo nel centro di Roma.

2 commenti su “I segnali di un Regime: quell’inconfondibile aroma di paranoia, di controllo, di repressione e di delazioni…

  1. Sonny Crockett

    Un bel f@n€u£0

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    • ..purtroppo non basta…come non basterebbe augurare a tutti loro un anno di dissenteria continua e nessun farmaco capace di frenarla….

      "Mi piace"

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