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Il referendum è su Conte, se vince il no cade il governo

C’è fra poco un passaggio che può rivelarsi fondamentale per la storia repubblicana, ed è un’opportunità per il centrodestra, che quest’ultimo però non ha ancora deciso di cogliere. Io spero che invece la colga, e in tal senso rivolgo un appello ai leader di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.  Si chiama referendum confermativo sul taglio del numero dei parlamentari ed avrà luogo il 20 e 21 settembre prossimi, anche se se ne parla molto poco, perché chi quel taglio lo ha promosso più di tutti, i 5 Stelle, cerca di farlo passare sotto silenzio per evitare di mobilitare le ragioni – convincenti – di chi vi si oppone, a cominciare da eminenti costituzionalisti, intellettuali e giornalisti.

Si tratta di un passaggio ancora più importante di quello dell’8 agosto dell’anno scorso, quando cui Salvini staccò improvvisamente la spina al governo gialloverde, aprendo la strada a quello giallorosso e consentendo a Conte di restare Presidente del Consiglio con una compagine e con una linea politica completamente diversa, basti pensare al tema immigrazione. Se è vero che da allora Salvini, e con lui la Meloni e anche Berlusconi, hanno sempre chiesto di tornare ad elezioni per mandare a casa il governo Pd/5 Stelle, adesso hanno l’occasione di farlo su un vassoio d’argento. Devono solo, anziché mobilitarsi per il sì al taglio dei parlamentari come hanno fatto fino ad oggi per inseguire lademagogia grillina, mobilitarsi per il no.

Cambiare idea in questo caso non è peccato, se vale la frase, attribuita a Machiavelli, “il fine giustifica i mezzi” (si legge nel Principe, cap. XVIII: «nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ Principi … si guarda al fine… I mezzi saranno sempre giudicati onorevoli e da ciascuno lodati»). Anche perché la legge approvata in via definitiva l’8 ottobre scorso in sé è un obbrobrio, che renderà il popolo italiano il meno rappresentato d’Europa e darà un colpo fatale al funzionamento della nostra architettura costituzionale, senza migliorarne in alcun modo l’efficienza o la qualità (e smettiamola per favore di dire che in Italia ci sono più parlamentari che in qualunque altro Paese: non è vero, basta andare a curiosare in Germania e negli Stati Uniti). Quindi cambiare idea non è così difficile, e neppure tanto disdicevole.

Anzi, ormai è la norma nella politica italiana, se pensiamo che proprio ieri, con la solita pantomima del voto sulla piattaforma privata Rousseau, il Movimento 5 Stelle ha rinunciato in quattro e quattr’otto ad uno dei punti costitutivi del proprio statuto e della propria identità anticasta: quello che impedisce agli eletti di svolgere più di due mandati parlamentari. Se questo è legittimo, altrettanto legittimo è per il centrodestra capire che questo treno non va perso, perché è l’unica possibilità rimasta, da qui alla fine della legislatura, per andare a nuove elezioni politiche. Se infatti vincesse il no al referendum, se la popolazione italiana si esprimesse in maggioranza contro uno dei punti cardine del programma politico grillino, sconfesserebbe senza appello quel partito e l’attuale maggioranza ne sarebbe istantaneamente travolta.

Tra l’altro, la concomitanza del referendum col voto in molte regioni e comuni italiani, un unicum nella storia democratica italiana voluto dal governo per rafforzare il successo del sì, potrebbe rivelarsi un’arma inaspettata a favore delle ragioni del no. Inutile girarci attorno, quello del 20 e 21 settembre può essere un semplice – si fa per dire – voto sulla riduzione dei parlamentari oppure può diventare un colossale referendum sull’operato di questo governo a trazione grillina, un sì o in no al governo giallorosso. E se la storia recente ci insegna che i referendum costituzionali hanno sempre segnato lo spartiacque fra una vecchia stagione politica e una nuova, ecco che vale la pena, per i partiti del centrodestra, pensarci bene e muoversi di conseguenza.

Non c’è molto tempo, ma ce n’è abbastanza. In un mese la potenza di fuoco comunicativa di Salvini, Berlusconi e Meloni potrebbe compattare il centrodestra verso la madre di tutte le battaglie ed invertire clamorosamente quello che ad oggi sembra un risultato certo a favore del sì: c’è il modo di far ragionare gli italiani non solo sulla cattiva qualità di questa legge, ma anche e soprattutto sul grande potere che avranno, grazie al proprio voto, di licenziare il governo Conte con la sua spinta autoritaria, assistenzialista e giustizialista, che pretende di far entrare lo Stato in ogni pertugio della vita di ciascuno e di renderlo arbitro di ogni libera azione individuale. Da quello che abbiamo capito seguendo il dibattito politico di questi ultimi mesi, questo è ciò che vuole il centrodestra più di ogni altra cosa. Adesso può ottenerlo.

Fonte: ilRiformista

Nicola Zegrini nasce a Roma nel 1970. Dopo gli studi classici si laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Appassionato di ogni forma d'arte, suona vari strumenti e compone sin da giovane poesie e canzoni. Avido lettore, si interessa ad argomenti esoterici e nel 2011 pubblica "Lo specchio del pensiero", il suo primo romanzo. Apre anche un blog di attualità, crescita personale e benessere e sia libro che sito riscuotono un discreto successo. Attualmente lavora come responsabile in un albergo nel centro di Roma.

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